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Appartiene ai monologhi e ne esistono due versioni: quella del 1886 e quella del 1902. Ho elaborato una versione che prende spunto da entrambe, anche con qualche spiritoso invito al pubblico... quello vero ...e quello finto al quale Ivan Ivanovic si rivolge.
E’ un grande esempio di teatro comico, spinto al grottesco. Si ride di una tragedia. La tragedia di un uomo finito, perduto, schiacciato dalla vita, e ossessionato dalla moglie, che lo costringe a vivere senza libertà. La schiavitù di un essere solo e inutile, che piange e ride di disperazione. Un naufrago della vita, una vita mai vissuta e soffocata, privata dei sentimenti più profondi che qualsiasi uomo ha bisogno vivere.
Il suo bisogno disperato di libertà, da sempre soffocato dalle
necessità quotidiane, esplode in una tragicomica confessione in
cui egli mette a nudo le sue miserie davanti ad un pubblico che, impietosamente
quanto inevitabilmente, riderà di lui.
Il “fantoccio” del suo essere si muove sotto una luce che lo accompagna
nel buio della sua vita, senza conforto esistenziale e l’ironia veste
il personaggio molto più del suo ridicolo frac.